Mi piace raccontare storie vere altrimenti non ci troverei manco gusto. Una storia vera è come un bicchiere di campari rosso: dolce, amaro e tanta forza dentro per carburare per tutto il giorno. Naturalmente, essendo questo un libro di storie milanesi, il fatto è capitato proprio qui: a Malano, come dicono i siciliani, che in città sono davvero tantissimi, forse più dei milanesi stessi. Manco io, per dir la verità, son di Milano ma vivo qui da così tanti anni che mi considero della partita Inter Milan pure io.
Ero lì che vendevo libri in via Dante e mi si para davanti un tizio.
- Tu, poeta di strada, vuoi sapere se ho combinato qualcosa anch'io nella mia vita. Certo che ne ho fatte di cose. Proprio qui, al Piccolo Teatro, e tu lo vedi appena ti volti perchè ce l'hai proprio alle spalle. Non voltarti, non serve a niente, è ancora lì. L'arte del recitare, che grandiosa cazzata. Tutti ne siamo maestri, chi più chi meno. Soprattutto più. Che altro allora vuoi metterti a studiare? Però il mondo è stracolmo di minchionerie, e allora una più una meno, che differenza fa? Studia, Calogero, che a studiare recitazione non ci vuole niente. E' fatta per te allora. E così dall'oggi al domani, anzi, per essere più precisi, dallo ieri al domani mi divento recitatore di me stesso davanti a tutti i lor signori che venendo a teatro mi volessero guardare.
Certo che comunque il teatro ti riempie l'anima. Uno sale sul palcoscenico e tutti, senza che lui ancora abbia fatto alcunchè, si mettono a guardarlo. "Cosa dirà ora questo animale?", pensano in tanti. Ma i più non pensano proprio niente e sono lì che semplicemente pendono dalle tue labbra. Là sotto ci sono cretini, balordi, ladri di galline, commercianti babbei, dirigenti cazzoni, belle donne, racchione, ortolani, massaie. C'è di tutto là sotto, il caravanserraglio che di solito chiamano umanità varia, con un certo nonsoche di pietà e di commiserazione. Tutti son lì con gli occhi sgranati. "Calogero, dico io a me stesso, sei diventato finalmente qualcuno: la gente è lì che ti sta a sentire". Io gonfio il petto e mi sento con i coglioni tosti.
Un bel giorno veniamo qui e quel mentecatto del direttore teatrale decide di metter su una commedia sulle corna, i tradimenti, le donne che la danno, gli uomini che fanno i bastardi. Il pezzo si intitolava "Di chi sono queste corna?". Per ridere si rideva, ma mica tutti ne avevano motivo. Io per esempio sì, ma altri, per motivi che non ti sto qui a precisare, no. Sul più bello della recita, due vanno sul letto e si trombano. Mica a recita, per davvero proprio! Il birulino nella fessuretta. Oh, si è a teatro, la scena è quella precisa e succede il fattaccio. Quelli della prima fila strabuzzano gli occhi, pensano che non sia possibile, ma invece è così possibile che accade davvero. E' d'altronde una cosa che fila liscia come l'olio se agli attori piace veramente. Il ragazzo di lei, è in scena anche lui, povero, comincia a urlare. Dà fuori di matto di brutto. Il pubblico applaude a scena aperta. Quelli continuano a darci dentro a tutta manetta, si sono davvero infoiati come maiali. La commedia s'impenna, va nella stratosfera. Quelli non la finiscono più, si vede che si amano davvero, a quel che pare. Il fidanzato di quella sul letto con un altro che non era lui allora dà in escandescenze di matto. Si butta a corpo morto sui due, li separa, e lì quelli della prima fila vedono dei fuori scena che non avrebbero dovuto vedere. Cazzotti, calci, pugni, morsi, persino testate perchè il fidanzato ha fatto pure il militare in marina. Insomma chiamano l'autombulanza perchè il fottitore abusivo ha avuto la peggio. Il letto sfasciato, la scena distrutta, un attore in meno ma il pubblico in visibilio.
Fine del primo atto.
Il regista, Giovanni Salciccione, è in brodo di giuggiole, disfatto ma contentissimo della reazione del pubblico. Sfido io, il pubblico è sempre un mostro senza testa.
"Andiamo avanti, ragazzi! Lo spettacolo continua! Portate un nuovo letto! Nuovi preservativi e nuove follie alla ribalta! Qui siamo a Milano non a Mungivacca! Il pubblico vedete come ci apprezza? Dateci sotto che è la nostra serata!", dice come un cazzone qualunque. Minchia, ha studiato alla Statale quello là.
Tocca a me andare in primo piano, la commedia è quella e non si tocca brogliaccio che funziona.
"Mister, sono ubriaco io, ho bevuto due bottigliette di spumante. Mi gira un pò la testa", gli dico.
"E te non farmi girare i coglioni, che cazzo dici? In scena o ti stacco a morsi la testa", dice lui. Ormai pure lui nella parte.
Io invece ci avevo i miei bravi presentimenti e volevo telare di brutto.
Vado là. Era vero che ero mezzo ubriaco. ma come fai a recitare se non sei mezzo ubriaco? Mamma mia, mandamela buona.
"Uhuè! Uagliò! Ma chi è quel panzone?"
"Ma non lo vedete? E' il nuovo cornuto!"
Gridavano dal pubblico.
"Signori! Nessuno ci ha una lira! Siamo tutti dei pezzenti! Allora ognuno parli per sè!", grido io.
Minchia, ero più ubriaco di quel che pensavo.
Secondo atto.
Io sono il cornuto ma d'improvviso viene quel di cui avevo terrore, m'arriva alle spalle, mi prende per il collo e comincia a stringere con tutta la forza.
"Brutto bastardo di merda, m'hai chiavato la tipa! Ora t'ammazzo! Sotto gli occhi di tutti! Traditore bastardo della tavola, del sale e della sacra amicizia!", urla fuori di sè un attore di secondo piano del quale davvero, per essere sinceri, m'ero, come dire?, preso delle libertà con la sua tipa. Il teatro ci sballò di brutto a tutti. Non sapevamo più cos'era la commedia e cos'era la realtà.
Quello mi mena, mi tira schiaffi con tutta la sua forza, mi colpisce sotto, mi vuole davvero ammazzare.
Io urlo:
"Aiuto! E' un pazzo! M'ammazza!"
"T'ammazzo sì, fetente! M'hai scopato la donna e ora ti faccio fuori!", urla quello
Naturalmente tutti credono che sia la commedia e nessuno interviene.
Il pubblico è in delirio. Si diverte davvero come una vacca. Io invece sto per lasciarci le penne. Il regista, brutto fottuto di merda pure lui, gode come un pascià. Mai avuto un simile successo in tutta la sua vita. Il filosofo autore di teatro del cazzo.
Quella bestia mi fa un occhio nero, mi incrina una costola, mi spezza un dito.
Il pubblico applaude, fischia, grida.
"Menatevi, bastardi! Che siete tutti una massa di cornuti! Nessuno escluso!", urla qualcuno dalla platea, che, si vedeva, s'intendeva molto bene dell'argomento.
Io son distrutto, quasi morto. Quello finalmente mi lascia stare, perchè davvero è senza fiato anche lui. Ma, ripreso fiato, tira ancora qualche calcio, qualche sputo, improperi a non finire. Sai a me che mi frega delle brutte parole quando hai beccato mazzate che ti hanno steso a terra.
Sono tutto insanguinato, pesto, blu e nero in tutte le gradazioni. Non ci ho più forza nemmeno per mezza parola. Non chiedo aiuto da un bel pezzo ormai.
"Calogero, sei il dio degli attori!", sento che mi dice quel minchione del regista. Non ho fiato nemmeno di dirgli di schiattare.
Mi portano via in barella. Il pubblico in piedi applaude a scena aperta.
Dietro le quinte ebbi finalmente la forza di dire:
"M'hanno menato".
"Calogero, sei stato davvero superlativo. Ma non avevamo visto tutto questo alle prove", dice uno che vedevo e non vedevo perchè gli occhi ce li avevo quasi chiusi perchè mi si stavano gonfiando di brutto.
Mi portarono all'ospedale e il dottore che mi visitò mi disse:
"E che? Sei caduto dalle scale?"
"No, ho recitato a teatro", dissi.
Il dottore scoppiò a ridere e naturalmente non ci capì niente.
Il teatro è un ring, poeta mio, e se non sai incassare è meglio che te ne stai molto alla larga.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
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