L'altro giorno è venuto a sedersi accanto a me, in via Dante, un mendicante rumeno. Si è seduto sulla sua borsa strappata da viaggio, rimediata chissà dove. Mette in mostra la sua estrema povertà e spera di ricavarci qualcosa, secondo alcuni è un mercato anche questo. Ci ha la sua ciotola dove versare l'obolo, un bicchiere di carta disfatto della Coca-Cola. Ha una faccia cattivissima ma quando chiede la carità fa la faccia penosa e sembra sul punto di piangere.
Io son seduto, poco distante, sul mio sgabellino con il mio tavolinetto dei Libri Acquaviva. Faccio come il mio solito il poeta di strada per tirare a campare. Il Comune di Milano mi ha dato questa laurea già da tanti anni. Ora come ora posso dire con tutta sincerità che il poeta occupa il penultimo gradino sociale dell'intera organizzazione della città. L'ultimo lo occupano naturalmente i mendicanti. Così tra il cercaelemosina rumeno e me poeta c'è solo un gradino di differenza: il gradino del marciapiede. Lui infatti è seduto a terra, io invece su di uno sgabellino scalcagnato e traballante. Ci vuol poco così per qualsiasi poeta cadere a terra e diventare un pezzente qualunque.
Il mendicante rumeno è magrissimo, con le scarpe molto magre pure loro. Ha una camicia rosa, le mani nerissime, lo sguardo torvo. Mangia chissà cosa, senza denti, masticando veloce e a lungo. Il barattolo vuoto della Coca-Cola bene in vista davanti a lui. Si è sistemato comodo sulla sua borsa come un sapiente indiano. Ha pure una coppola alla siciliana.
Oggi non si ferma nessuno a parlare con me. Forse mi scansano perchè mi vedono quasi come il mendicante zingaro. Anche lui ha una bottiglietta d'acqua accanto e ogni tanto beve perchè fa molto caldo. Anche io ho la mia bottiglia d'acqua, solo che la mia è un pò più grande.
Mi tiro un pò più indietro nell'angolo di via Rovello, perchè non mi va di vederlo. Ci somigliamo troppo. Il mendicante rumeno e il poeta italiano. Porta le sue vecchissime scarpe lunghe lunghe, raccattate chissà dove, come delle pantofole, con il forte dietro abbassato. E' vecchio, ma ha la barba nerissima come la pece. Sembra anche un pò folle.
"Devo comprarmi una bottiglia di Campari Rosso e scrivere un pò più di poesie", penso.
Intanto il mendicante ha fatto 1 euro da una vecchiaccia borghese che passa sempre per via Dante, brutta come il demonio ma elegantissima e tutta ricercata nella sua pettinatura fatta ogni giorno dal parrucchiere. A me e ai miei libri non ha mai dato un'occhiata manco per sbaglio.
"Il mendicante ha fatto 1 euro, io ancora niente", penso con una certa pesante tristezza.
Passa un prete, l'aria altera, vestito di nero ma con la giacca avana. Sembra che vada a divertirsi.
Passa un beat americano, con il cappellone e i capelli bianchi. Un orologio appeso alla cintola. Jeans e maglietta bianca. Sembra Ferlinghetti.
Passa un negro con la faccia di scoppiato e gli occhi fuori dalle orbite. Con un fascio di fili colorati portafortuna. Le ciabatte ai piedi tutte scalcagnate. Offre fortuna agli altri, a sè molto poca.
Il mendicante s'è stufato di star seduto ad aspettare una grazia dal cielo che non arriva e s'è alzato. Chiede l'elemosina con il suo bicchiere di Coca-Cola andando e venendo sperduto davanti a me.
"Mi date una moneta, per favore", dice.
Gli passa accanto un rampante biondo in costume blu, tutto ben pettinato, parlando al telefono. Nemmeno lo vede.
Poi una biondona ossigenata tutta in ghingheri. Un altro costume azzurrino, rampante pure lui, con una squadra in mano per misurare chissà cosa, col telefonino all'orecchio anca lu. Nessuno vede il mendicante rumeno. Sembra che sia un essere invisibile, diafano, completamente trasparente.
Per dir la verità, anche con me fanno lo stesso. Non mi vedono. Il poeta di strada con laurea.
Il mendicante va avanti e indietro, disperato. La faccia nera. In tutta la serata ha fatto 1 euro e un panino, dato da un ragazzo pietoso che è andato a comprarglielo apposta dal bar Sforzesco di fronte e che lui s'è conservato con cura nella sua borsa di viaggio sotto il culo.
Io ho venduto nel frattempo 3 o 4 libri racimolando a malapena 15 euro per tutta la giornata.
Quando vado via, ripiegando il tavolinetto in un sacco e rimettendo tutti i miei libri in un carrellino, mi dice:
"Mister, mi dai 50 centesimi?"
Io ho solo una moneta, da 2 euro, con l'aquila imperiale tedesca sopra. Gliela do. Per sentirmi più leggera la tasca, già leggerissima di suo fin troppo.
"Grazie, poeta", mi dice.
Io gli sorrido e scarrozzo via con i miei bagagli da penultimo gradino sociale. Contento in cuor mio, chissà perchè, di essere stato laureato anche da un mendicante rumeno che si è accorto della misera poesia della mia vita on the road.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
on www.books.google.com
domenica 21 luglio 2013
sabato 20 luglio 2013
IL RECITATORE DI SE STESSO
Mi piace raccontare storie vere altrimenti non ci troverei manco gusto. Una storia vera è come un bicchiere di campari rosso: dolce, amaro e tanta forza dentro per carburare per tutto il giorno. Naturalmente, essendo questo un libro di storie milanesi, il fatto è capitato proprio qui: a Malano, come dicono i siciliani, che in città sono davvero tantissimi, forse più dei milanesi stessi. Manco io, per dir la verità, son di Milano ma vivo qui da così tanti anni che mi considero della partita Inter Milan pure io.
Ero lì che vendevo libri in via Dante e mi si para davanti un tizio.
- Tu, poeta di strada, vuoi sapere se ho combinato qualcosa anch'io nella mia vita. Certo che ne ho fatte di cose. Proprio qui, al Piccolo Teatro, e tu lo vedi appena ti volti perchè ce l'hai proprio alle spalle. Non voltarti, non serve a niente, è ancora lì. L'arte del recitare, che grandiosa cazzata. Tutti ne siamo maestri, chi più chi meno. Soprattutto più. Che altro allora vuoi metterti a studiare? Però il mondo è stracolmo di minchionerie, e allora una più una meno, che differenza fa? Studia, Calogero, che a studiare recitazione non ci vuole niente. E' fatta per te allora. E così dall'oggi al domani, anzi, per essere più precisi, dallo ieri al domani mi divento recitatore di me stesso davanti a tutti i lor signori che venendo a teatro mi volessero guardare.
Certo che comunque il teatro ti riempie l'anima. Uno sale sul palcoscenico e tutti, senza che lui ancora abbia fatto alcunchè, si mettono a guardarlo. "Cosa dirà ora questo animale?", pensano in tanti. Ma i più non pensano proprio niente e sono lì che semplicemente pendono dalle tue labbra. Là sotto ci sono cretini, balordi, ladri di galline, commercianti babbei, dirigenti cazzoni, belle donne, racchione, ortolani, massaie. C'è di tutto là sotto, il caravanserraglio che di solito chiamano umanità varia, con un certo nonsoche di pietà e di commiserazione. Tutti son lì con gli occhi sgranati. "Calogero, dico io a me stesso, sei diventato finalmente qualcuno: la gente è lì che ti sta a sentire". Io gonfio il petto e mi sento con i coglioni tosti.
Un bel giorno veniamo qui e quel mentecatto del direttore teatrale decide di metter su una commedia sulle corna, i tradimenti, le donne che la danno, gli uomini che fanno i bastardi. Il pezzo si intitolava "Di chi sono queste corna?". Per ridere si rideva, ma mica tutti ne avevano motivo. Io per esempio sì, ma altri, per motivi che non ti sto qui a precisare, no. Sul più bello della recita, due vanno sul letto e si trombano. Mica a recita, per davvero proprio! Il birulino nella fessuretta. Oh, si è a teatro, la scena è quella precisa e succede il fattaccio. Quelli della prima fila strabuzzano gli occhi, pensano che non sia possibile, ma invece è così possibile che accade davvero. E' d'altronde una cosa che fila liscia come l'olio se agli attori piace veramente. Il ragazzo di lei, è in scena anche lui, povero, comincia a urlare. Dà fuori di matto di brutto. Il pubblico applaude a scena aperta. Quelli continuano a darci dentro a tutta manetta, si sono davvero infoiati come maiali. La commedia s'impenna, va nella stratosfera. Quelli non la finiscono più, si vede che si amano davvero, a quel che pare. Il fidanzato di quella sul letto con un altro che non era lui allora dà in escandescenze di matto. Si butta a corpo morto sui due, li separa, e lì quelli della prima fila vedono dei fuori scena che non avrebbero dovuto vedere. Cazzotti, calci, pugni, morsi, persino testate perchè il fidanzato ha fatto pure il militare in marina. Insomma chiamano l'autombulanza perchè il fottitore abusivo ha avuto la peggio. Il letto sfasciato, la scena distrutta, un attore in meno ma il pubblico in visibilio.
Fine del primo atto.
Il regista, Giovanni Salciccione, è in brodo di giuggiole, disfatto ma contentissimo della reazione del pubblico. Sfido io, il pubblico è sempre un mostro senza testa.
"Andiamo avanti, ragazzi! Lo spettacolo continua! Portate un nuovo letto! Nuovi preservativi e nuove follie alla ribalta! Qui siamo a Milano non a Mungivacca! Il pubblico vedete come ci apprezza? Dateci sotto che è la nostra serata!", dice come un cazzone qualunque. Minchia, ha studiato alla Statale quello là.
Tocca a me andare in primo piano, la commedia è quella e non si tocca brogliaccio che funziona.
"Mister, sono ubriaco io, ho bevuto due bottigliette di spumante. Mi gira un pò la testa", gli dico.
"E te non farmi girare i coglioni, che cazzo dici? In scena o ti stacco a morsi la testa", dice lui. Ormai pure lui nella parte.
Io invece ci avevo i miei bravi presentimenti e volevo telare di brutto.
Vado là. Era vero che ero mezzo ubriaco. ma come fai a recitare se non sei mezzo ubriaco? Mamma mia, mandamela buona.
"Uhuè! Uagliò! Ma chi è quel panzone?"
"Ma non lo vedete? E' il nuovo cornuto!"
Gridavano dal pubblico.
"Signori! Nessuno ci ha una lira! Siamo tutti dei pezzenti! Allora ognuno parli per sè!", grido io.
Minchia, ero più ubriaco di quel che pensavo.
Secondo atto.
Io sono il cornuto ma d'improvviso viene quel di cui avevo terrore, m'arriva alle spalle, mi prende per il collo e comincia a stringere con tutta la forza.
"Brutto bastardo di merda, m'hai chiavato la tipa! Ora t'ammazzo! Sotto gli occhi di tutti! Traditore bastardo della tavola, del sale e della sacra amicizia!", urla fuori di sè un attore di secondo piano del quale davvero, per essere sinceri, m'ero, come dire?, preso delle libertà con la sua tipa. Il teatro ci sballò di brutto a tutti. Non sapevamo più cos'era la commedia e cos'era la realtà.
Quello mi mena, mi tira schiaffi con tutta la sua forza, mi colpisce sotto, mi vuole davvero ammazzare.
Io urlo:
"Aiuto! E' un pazzo! M'ammazza!"
"T'ammazzo sì, fetente! M'hai scopato la donna e ora ti faccio fuori!", urla quello
Naturalmente tutti credono che sia la commedia e nessuno interviene.
Il pubblico è in delirio. Si diverte davvero come una vacca. Io invece sto per lasciarci le penne. Il regista, brutto fottuto di merda pure lui, gode come un pascià. Mai avuto un simile successo in tutta la sua vita. Il filosofo autore di teatro del cazzo.
Quella bestia mi fa un occhio nero, mi incrina una costola, mi spezza un dito.
Il pubblico applaude, fischia, grida.
"Menatevi, bastardi! Che siete tutti una massa di cornuti! Nessuno escluso!", urla qualcuno dalla platea, che, si vedeva, s'intendeva molto bene dell'argomento.
Io son distrutto, quasi morto. Quello finalmente mi lascia stare, perchè davvero è senza fiato anche lui. Ma, ripreso fiato, tira ancora qualche calcio, qualche sputo, improperi a non finire. Sai a me che mi frega delle brutte parole quando hai beccato mazzate che ti hanno steso a terra.
Sono tutto insanguinato, pesto, blu e nero in tutte le gradazioni. Non ci ho più forza nemmeno per mezza parola. Non chiedo aiuto da un bel pezzo ormai.
"Calogero, sei il dio degli attori!", sento che mi dice quel minchione del regista. Non ho fiato nemmeno di dirgli di schiattare.
Mi portano via in barella. Il pubblico in piedi applaude a scena aperta.
Dietro le quinte ebbi finalmente la forza di dire:
"M'hanno menato".
"Calogero, sei stato davvero superlativo. Ma non avevamo visto tutto questo alle prove", dice uno che vedevo e non vedevo perchè gli occhi ce li avevo quasi chiusi perchè mi si stavano gonfiando di brutto.
Mi portarono all'ospedale e il dottore che mi visitò mi disse:
"E che? Sei caduto dalle scale?"
"No, ho recitato a teatro", dissi.
Il dottore scoppiò a ridere e naturalmente non ci capì niente.
Il teatro è un ring, poeta mio, e se non sai incassare è meglio che te ne stai molto alla larga.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
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Ero lì che vendevo libri in via Dante e mi si para davanti un tizio.
- Tu, poeta di strada, vuoi sapere se ho combinato qualcosa anch'io nella mia vita. Certo che ne ho fatte di cose. Proprio qui, al Piccolo Teatro, e tu lo vedi appena ti volti perchè ce l'hai proprio alle spalle. Non voltarti, non serve a niente, è ancora lì. L'arte del recitare, che grandiosa cazzata. Tutti ne siamo maestri, chi più chi meno. Soprattutto più. Che altro allora vuoi metterti a studiare? Però il mondo è stracolmo di minchionerie, e allora una più una meno, che differenza fa? Studia, Calogero, che a studiare recitazione non ci vuole niente. E' fatta per te allora. E così dall'oggi al domani, anzi, per essere più precisi, dallo ieri al domani mi divento recitatore di me stesso davanti a tutti i lor signori che venendo a teatro mi volessero guardare.
Certo che comunque il teatro ti riempie l'anima. Uno sale sul palcoscenico e tutti, senza che lui ancora abbia fatto alcunchè, si mettono a guardarlo. "Cosa dirà ora questo animale?", pensano in tanti. Ma i più non pensano proprio niente e sono lì che semplicemente pendono dalle tue labbra. Là sotto ci sono cretini, balordi, ladri di galline, commercianti babbei, dirigenti cazzoni, belle donne, racchione, ortolani, massaie. C'è di tutto là sotto, il caravanserraglio che di solito chiamano umanità varia, con un certo nonsoche di pietà e di commiserazione. Tutti son lì con gli occhi sgranati. "Calogero, dico io a me stesso, sei diventato finalmente qualcuno: la gente è lì che ti sta a sentire". Io gonfio il petto e mi sento con i coglioni tosti.
Un bel giorno veniamo qui e quel mentecatto del direttore teatrale decide di metter su una commedia sulle corna, i tradimenti, le donne che la danno, gli uomini che fanno i bastardi. Il pezzo si intitolava "Di chi sono queste corna?". Per ridere si rideva, ma mica tutti ne avevano motivo. Io per esempio sì, ma altri, per motivi che non ti sto qui a precisare, no. Sul più bello della recita, due vanno sul letto e si trombano. Mica a recita, per davvero proprio! Il birulino nella fessuretta. Oh, si è a teatro, la scena è quella precisa e succede il fattaccio. Quelli della prima fila strabuzzano gli occhi, pensano che non sia possibile, ma invece è così possibile che accade davvero. E' d'altronde una cosa che fila liscia come l'olio se agli attori piace veramente. Il ragazzo di lei, è in scena anche lui, povero, comincia a urlare. Dà fuori di matto di brutto. Il pubblico applaude a scena aperta. Quelli continuano a darci dentro a tutta manetta, si sono davvero infoiati come maiali. La commedia s'impenna, va nella stratosfera. Quelli non la finiscono più, si vede che si amano davvero, a quel che pare. Il fidanzato di quella sul letto con un altro che non era lui allora dà in escandescenze di matto. Si butta a corpo morto sui due, li separa, e lì quelli della prima fila vedono dei fuori scena che non avrebbero dovuto vedere. Cazzotti, calci, pugni, morsi, persino testate perchè il fidanzato ha fatto pure il militare in marina. Insomma chiamano l'autombulanza perchè il fottitore abusivo ha avuto la peggio. Il letto sfasciato, la scena distrutta, un attore in meno ma il pubblico in visibilio.
Fine del primo atto.
Il regista, Giovanni Salciccione, è in brodo di giuggiole, disfatto ma contentissimo della reazione del pubblico. Sfido io, il pubblico è sempre un mostro senza testa.
"Andiamo avanti, ragazzi! Lo spettacolo continua! Portate un nuovo letto! Nuovi preservativi e nuove follie alla ribalta! Qui siamo a Milano non a Mungivacca! Il pubblico vedete come ci apprezza? Dateci sotto che è la nostra serata!", dice come un cazzone qualunque. Minchia, ha studiato alla Statale quello là.
Tocca a me andare in primo piano, la commedia è quella e non si tocca brogliaccio che funziona.
"Mister, sono ubriaco io, ho bevuto due bottigliette di spumante. Mi gira un pò la testa", gli dico.
"E te non farmi girare i coglioni, che cazzo dici? In scena o ti stacco a morsi la testa", dice lui. Ormai pure lui nella parte.
Io invece ci avevo i miei bravi presentimenti e volevo telare di brutto.
Vado là. Era vero che ero mezzo ubriaco. ma come fai a recitare se non sei mezzo ubriaco? Mamma mia, mandamela buona.
"Uhuè! Uagliò! Ma chi è quel panzone?"
"Ma non lo vedete? E' il nuovo cornuto!"
Gridavano dal pubblico.
"Signori! Nessuno ci ha una lira! Siamo tutti dei pezzenti! Allora ognuno parli per sè!", grido io.
Minchia, ero più ubriaco di quel che pensavo.
Secondo atto.
Io sono il cornuto ma d'improvviso viene quel di cui avevo terrore, m'arriva alle spalle, mi prende per il collo e comincia a stringere con tutta la forza.
"Brutto bastardo di merda, m'hai chiavato la tipa! Ora t'ammazzo! Sotto gli occhi di tutti! Traditore bastardo della tavola, del sale e della sacra amicizia!", urla fuori di sè un attore di secondo piano del quale davvero, per essere sinceri, m'ero, come dire?, preso delle libertà con la sua tipa. Il teatro ci sballò di brutto a tutti. Non sapevamo più cos'era la commedia e cos'era la realtà.
Quello mi mena, mi tira schiaffi con tutta la sua forza, mi colpisce sotto, mi vuole davvero ammazzare.
Io urlo:
"Aiuto! E' un pazzo! M'ammazza!"
"T'ammazzo sì, fetente! M'hai scopato la donna e ora ti faccio fuori!", urla quello
Naturalmente tutti credono che sia la commedia e nessuno interviene.
Il pubblico è in delirio. Si diverte davvero come una vacca. Io invece sto per lasciarci le penne. Il regista, brutto fottuto di merda pure lui, gode come un pascià. Mai avuto un simile successo in tutta la sua vita. Il filosofo autore di teatro del cazzo.
Quella bestia mi fa un occhio nero, mi incrina una costola, mi spezza un dito.
Il pubblico applaude, fischia, grida.
"Menatevi, bastardi! Che siete tutti una massa di cornuti! Nessuno escluso!", urla qualcuno dalla platea, che, si vedeva, s'intendeva molto bene dell'argomento.
Io son distrutto, quasi morto. Quello finalmente mi lascia stare, perchè davvero è senza fiato anche lui. Ma, ripreso fiato, tira ancora qualche calcio, qualche sputo, improperi a non finire. Sai a me che mi frega delle brutte parole quando hai beccato mazzate che ti hanno steso a terra.
Sono tutto insanguinato, pesto, blu e nero in tutte le gradazioni. Non ci ho più forza nemmeno per mezza parola. Non chiedo aiuto da un bel pezzo ormai.
"Calogero, sei il dio degli attori!", sento che mi dice quel minchione del regista. Non ho fiato nemmeno di dirgli di schiattare.
Mi portano via in barella. Il pubblico in piedi applaude a scena aperta.
Dietro le quinte ebbi finalmente la forza di dire:
"M'hanno menato".
"Calogero, sei stato davvero superlativo. Ma non avevamo visto tutto questo alle prove", dice uno che vedevo e non vedevo perchè gli occhi ce li avevo quasi chiusi perchè mi si stavano gonfiando di brutto.
Mi portarono all'ospedale e il dottore che mi visitò mi disse:
"E che? Sei caduto dalle scale?"
"No, ho recitato a teatro", dissi.
Il dottore scoppiò a ridere e naturalmente non ci capì niente.
Il teatro è un ring, poeta mio, e se non sai incassare è meglio che te ne stai molto alla larga.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
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