domenica 21 luglio 2013

IL MENDICANTE RUMENO

    L'altro giorno è venuto a sedersi accanto a me, in via Dante, un mendicante rumeno. Si è seduto sulla sua borsa strappata da viaggio, rimediata chissà dove. Mette in mostra la sua estrema povertà e spera di ricavarci qualcosa, secondo alcuni è un mercato anche questo. Ci ha la sua ciotola dove versare l'obolo, un bicchiere di carta disfatto della Coca-Cola. Ha una faccia cattivissima ma quando chiede la carità fa la faccia penosa e sembra sul punto di piangere. 
    Io son seduto, poco distante, sul mio sgabellino con il mio tavolinetto dei Libri Acquaviva. Faccio come il mio solito il poeta di strada per tirare a campare. Il Comune di Milano mi ha dato questa laurea già da tanti anni. Ora come ora posso dire con tutta sincerità che il poeta occupa il penultimo gradino sociale dell'intera organizzazione della città. L'ultimo lo occupano naturalmente i mendicanti. Così tra il cercaelemosina rumeno e me poeta c'è solo un gradino di differenza: il gradino del marciapiede. Lui infatti è seduto a terra, io invece su di uno sgabellino scalcagnato e traballante. Ci vuol poco così per qualsiasi poeta cadere a terra e diventare un pezzente qualunque. 
    Il mendicante rumeno è magrissimo, con le scarpe molto magre pure loro. Ha una camicia rosa, le mani nerissime, lo sguardo torvo. Mangia chissà cosa, senza denti, masticando veloce e a lungo. Il barattolo vuoto della Coca-Cola bene in vista davanti a lui. Si è sistemato comodo sulla sua borsa come un sapiente indiano. Ha pure una coppola alla siciliana.
    Oggi non si ferma nessuno a parlare con me. Forse mi scansano perchè mi vedono quasi come il mendicante zingaro. Anche lui ha una bottiglietta d'acqua accanto e ogni tanto beve perchè fa molto caldo. Anche io ho la mia bottiglia d'acqua, solo che la mia è un pò più grande.
    Mi tiro un pò più indietro nell'angolo di via Rovello, perchè non mi va di vederlo. Ci somigliamo troppo. Il mendicante rumeno e il poeta italiano. Porta le sue vecchissime scarpe lunghe lunghe, raccattate chissà dove, come delle pantofole, con il forte dietro abbassato. E' vecchio, ma ha la barba nerissima come la pece. Sembra anche un pò folle.
    "Devo comprarmi una bottiglia di Campari Rosso e scrivere un pò più di poesie", penso.
    Intanto il mendicante ha fatto 1 euro da una vecchiaccia borghese che passa sempre per via Dante, brutta come il demonio ma elegantissima e tutta ricercata nella sua pettinatura fatta ogni giorno dal parrucchiere. A me e ai miei libri non ha mai dato un'occhiata manco per sbaglio. 
    "Il mendicante ha fatto 1 euro, io ancora niente", penso con una certa pesante tristezza.
     Passa un prete, l'aria altera, vestito di nero ma con la giacca avana. Sembra che vada a divertirsi.
     Passa un beat americano, con il cappellone e i capelli bianchi. Un orologio appeso alla cintola. Jeans e maglietta bianca. Sembra Ferlinghetti.
    Passa un negro con la faccia di scoppiato e gli occhi fuori dalle orbite. Con un fascio di fili colorati portafortuna. Le ciabatte ai piedi tutte scalcagnate. Offre fortuna agli altri, a sè molto poca.
    Il mendicante s'è stufato di star seduto ad aspettare una grazia dal cielo che non arriva e s'è alzato. Chiede l'elemosina con il suo bicchiere di Coca-Cola andando e venendo sperduto davanti a me.
    "Mi date una moneta, per favore", dice.
    Gli passa accanto un rampante biondo in costume blu, tutto ben pettinato, parlando al telefono. Nemmeno lo vede.
    Poi una biondona ossigenata tutta in ghingheri. Un altro costume azzurrino, rampante pure lui, con una squadra in mano per misurare chissà cosa, col telefonino all'orecchio anca lu. Nessuno vede il mendicante rumeno. Sembra che sia un essere invisibile, diafano, completamente trasparente. 
    Per dir la verità, anche con me fanno lo stesso. Non mi vedono. Il poeta di strada con laurea.
    Il mendicante va avanti e indietro, disperato. La faccia nera. In tutta la serata ha fatto 1 euro e un panino, dato da un ragazzo pietoso che è andato a comprarglielo apposta dal bar Sforzesco di fronte e che lui s'è conservato con cura nella sua borsa di viaggio sotto il culo.
    Io ho venduto nel frattempo 3 o 4 libri racimolando a malapena 15 euro per tutta la giornata.
     Quando vado via, ripiegando il tavolinetto in un sacco e rimettendo tutti i miei libri in un carrellino, mi dice:
    "Mister, mi dai 50 centesimi?"
    Io ho solo una moneta, da 2 euro, con l'aquila imperiale tedesca sopra. Gliela do. Per sentirmi più leggera la tasca, già leggerissima di suo fin troppo.
     "Grazie, poeta", mi dice.
     Io gli sorrido e scarrozzo via con i miei bagagli da penultimo gradino sociale. Contento in cuor mio, chissà perchè, di essere stato laureato anche da un mendicante rumeno che si è accorto della misera poesia della mia vita on the road.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
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